1. pizzul:

    Venerdì scorso (8 marzo, giorno di nascita del nostro Bruno)  ci siamo sorpresi a leggere il nostro nome in questo articolo comparso sul blog di Davide Coppo di Rivista Studio.

    Rivista Studio è forse una delle novità più entusiasmanti e interessanti del panorama editoriale italiano. È una rivista che esce ogni due mesi zeppa di articoli e riflessioni, di fotografie e interviste ma è anche un sito costantemente aggiornato, semplice e leggero. La rivista si legge come se fosse un romanzo, il sito come se fosse un blog, ma uno di quelli belli belli per davvero (prendetelo come un complimento, perchè lo è). Entrambi sono da seguire, da non perdere, da recuperare, da conservare, da leggere, da sfogliare, da condividere, da sostenere, da amare, da mostrare fra qualche anno con orgoglio ai nipoti.

    Oggi Studio compie due anni. Auguri di lunga vita. 

    (via Tutto il mondo che scrive di calcio | Rivista Studio)

     


  2. Tutto il mondo che scrive di calcio

    Che cos’è l’unica esperienza umana capace di trascendere religioni, culture, segmenti sociali? Il sesso? No. La politica? Ma ti pare. È il calcio.

    Una frase del genere l’avrò scritta almeno dieci volte nell’ultimo anno e sì, lo riconosco, è davvero brutta e banale. Quindi ci metto una pezza scrivendo questa seconda frase e posso proseguire con la coscienza un po’ meno sporca. Era il modo più immediato per introdurre l’argomento: il giornalismo calcistico – anche se preferisco dire “la scrittura calcistica”. In breve: la situazione italiana, salvo pochissime eccezioni, è abbastanza desolata (e desolante). Quella internazionale (leggi: anglosassone) no. Negli ultimi anni sono nati esempi online di scrittura sportiva come GrantlandIn Bed With MaradonaA Football ReportThe Run of PlayParla Calcio, lo splendido e purtroppo chiuso The Equaliser, o cartacei comeThe BlizzardHowlerPanenka. Dimentico volontariamente moltissime citazioni, ma, almeno per quanto riguarda il versante online, se non omettessi il 90% dei nomi che stanno nella mia cartella preferita dei preferiti (sport) non riuscirei a stare nelle 10.000 battute. Significa che nel panorama anglosassone stiamo assistendo a una fioritura di testate, non necessariamente giornalistiche, che trattano il calcio spesso in maniera molto approfondita e trasversale, con un’attenzione alla qualità della lingua e dell’analisi del tutto inedita. È un bene? Certo che lo è. Qualcuno ha anche coniato il termine “football hipsters”, che fa ridere ma rende abbastanza bene l’idea. Ci sono blog gestiti da una o due ventenni più interessanti e curati di molti quotidiani. Tutti, insomma, stanno cercando di diventare scrittori sportivi. È un bene: mentre il vecchio modo di fare giornalismo lentamente va in pezzi (e quello calcistico tradizionale è forse il settore che più risente della crisi), il calcio è riuscito prima di ogni altro argomento a trovare la sua strada.

    Il Guardian è il media “old” che meglio ha saputo interpretare l’urgenza, adattandosi ai tempi: il suo Sports Network è un radar delle migliori realtà del campo online assolutamente imprescindibile. In un recente articolo Barney Ronay parla proprio di questo, dell’esplosione mediatica dello “scrivere di calcio”. Inizia così:

    There is as yet no accepted collective noun for a group of football journalists – although given the public perception it isn’t hard to come up with a few hoary old front-runners. A buffet-brunch voucher of football journalists. A receipt spike. A laziness. A sherry-stained complacency of football journalists. In fact, though, looking around a packed press room at Old Trafford on Tuesday nightwhat was most striking was the basic human variety of the global football journalist community. There were, and I can’t emphasise this enough, all sorts.

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  5. Letteratura del dribbling

    Sono molto convinto ci sia una stretta connessione tra il calcio e la poesia, anche se sarebbe più esatto dire che c’è una stretta connessione tra la maggior parte delle forme di esperienza estetica, e che il calcio sia almeno in parte un’esperienza estetica. Come la poesia, il calcio può essere pensato come un tentativo di rappresentare la vita umana attraverso una performance governata da un dato numero di regole. Ora, lo scopo delle regole del calcio non è estetico in primo luogo, ma uno dei suoi effetti collaterali è di generare momenti di estrema bellezza (pensa solo a un goal di Dennis Bergkamp). E un altro effetto è di dar vita a narrazioni che, dall’esterno, viviamo in una maniera ovviamente molto simile alla maniera in cui viviamo la letteratura (pensa alla carriera di uno come Zidane). E una partita di calcio è una specie di galleria delle emozioni, forti e create però artificialmente, che potremmo avvertire ad esempio attraverso l’arte.
    Per quanto riguarda i topoi con cui mi trovo meglio, non ci ho davvero mai pensato. Una delle cose più eccitanti della direzione che sta prendendo il giornalismo sportivo contemporaneo è che possiamo liberamente dire, finalmente, che lo sport è un qualcosa che esperiamo in relazione a un milione di altre cose. E che, invece di lasciarlo chiuso ermeticamente nel suo piccolo mondo, lo sport può essere affrontato in tutti i contesti, anche i più complicati (continuo a voler usare la parola “maturi”), che queste relazioni creano. E comunque credo che quello che mi aiuti, personalmente, a capire il calcio, siano i romanzi vittoriani, il punk e i film di fantascienza. E possono anche aiutare altri a capire qualcosa sul mio modo di scrivere.

     

    Intervista a Brian Phillips (Run of Play)

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  7. L’ultimo profeta

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    È finita bene per l’Arsenal e Wenger: non è ancora giunto il momento del tradimento dell’ultimo apostolo, Theo Walcott, erede di quel Thierry Henry ancora venerato dalle parti dell’ex arsenale londinese. Walcott ha rinnovato, l’ennesima addio importante scongiurato.

    È singolare come il rinnovo di contratto di Walcott sia stato vissuto come un evento drammatico da tutta Londra nord – versante biancorosso. È singolare, forse, come a Highbury (pardon, Emirates) ogni addio o rinnovo possibili vengano vissuti come eventi drammatici. L’Arsenal, sotto la gestione Wenger, è stata in effetti un ininterrotto climax di drama.

    A metà tra il romanzo e la narrazione biblica, ciò che accade all’Arsenal dall’avvento di Wenger è un caso unico in tutta Europa: eterni giovani che attendono l’esplosione, l’allenatore mistico e santone che predica diete speciali e pillole di socialismo calcistico, filosofia dell’internazionalismo e scoutismo avanguardista, fede calcistica che diventa religione, ideali che diventano ideologie, dogmi, e poi i virgulti finalmente fioriti che scelgono, infine, di fecondare terreni altrui – Chelsea, Manchester City, Manchester United, Barcellona.

    Sono quasi otto gli anni che separano i Gunners dall’ultimo trofeo, saranno dieci, questo autunno, quelli che li separeranno dall’impresa del 2003/04, la Premier League degli “invincibles”, l’orgasmica apoteosi della filosofia Wengeriana, il calcio più bello (ed europeo) che l’Inghilterra assaporò mai: 38 partite, 26 vittorie, 12 pareggi. Sconfitte, nessuna. Oggi l’Arsenal, in Inghilterra, stenta dietro all’Everton e al Tottenham, fuori da tutte le Europe. Ci si chiede se il ciclo di Wenger sia finito, se debba lasciare il timone.

    Wenger, nato a Strasburgo nel 1949, arriva a Londra nel 1996. È uno spilungone (un metro e 93) magro e silenzioso, con un passato calcisticamente ancora oscuro: viene accolto dall’Evening Standard con il titolo “Arsène who?”. Prima dei Gunners Wenger, una laurea specialistica in economia nel curriculum vitae, aveva allenato con scarsi risultati il Nancy, e con esiti decisamente migliori il Monaco. Iniziò la carriera di manager nel 1981, trentaduenne, dopo soltanto undici partite giocate da professionista con lo Strasburgo. Al Nancy, prima esperienza con una prima squadra, incontrò il padre di Michel Platini nel ruolo di direttore sportivo. Ancora oggi Arsène rievoca una sua frase come spinta fondamentale alla sua filosofia anti-emotiva e improntata al più ferreo aplomb (da perdere, puntualmente ejekyllianamente, in litigi con allenatori avversari). La squadra stava, come accadeva spesso, perdendo. Aldo Platini gli disse: «Sai cosa non riesco a sopportare? Vedere l’altra panchina che continua a saltare, su e giù».  Anni dopo, dopo il Nancy e il Monaco, Wenger passò un anno in Giappone, sulla panchina del Nagoya Grampus Eight (sollevando il trofeo con il nome più medievale del mondo, la Coppa dell’Imperatore), dove entrò in contatto con il sumo: «Alla fine di un incontro è impossibile capire chi ha vinto e chi ha perso, perché nessuno mostra emozioni che potrebbero imbarazzare lo sconfitto. È incredibile. È per questo che cerco di insegnare alla mia squadra l’educazione».

    La french connection che instaurerà Wenger a Londra iniziò già prima della sua assunzione, quando Gérard Houllier, direttore tecnico della Federazione Calcistica Francese (poi padre calcistico di Michael Owen nel Liverpool del treble), lo consigliò a David Dein, vice presidente dei Gunners. Il fatto che la stampa inglese rumoreggiasse un possibile arrivo, sulla stessa panchina, di Cruijff, padre di un ancora imperfetto gioco particellare che esploderà poi con Guardiola, la dice lunga su un certo profumo di bellezza calcistica che aleggiava nei dintorni di Highbury.

    Wenger è un filosofo, e ha i suoi dogmi. Non c’è incompatibilità tra bel gioco e gioco efficace, per lui, anzi; disse, nel 2009, al Daily Mail: «Non sono contro il pragmatismo, perché è pragmatico fare un bel passaggio, non uno brutto. Qualcuno può dimostrare che una brutta soluzione come spazzare via la palla sia pragmatica solo perché a volte, per caso, funziona? (…) Credo che l’obiettivo di ogni cosa nella vita sia fare quella cosa così bene che possa diventare arte».

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  8. Vincitori Coppa delle Coppe 1981

     

  9. pizzul:

    Decisamente. 

    (Source: goonerferlife)

     


  10. La vergogna e l’esempio

    I calciatori, dunque, dovrebbero dare l’esempio. Ma chi mai ha deciso che i calciatori dovrebbero darlo, questo esempio? Per quale motivo? Chi ha investito un ventenne che gioca a calcio di un compito morale? E perché Failla subito identifica Dodò e Cuadrado come “i calciatori”, una categoria che così pronunciata rende l’individuo massa, categoria, bersaglio?

    (continua su Rivista Studio)